Nevo ipocromico

 

Descritto per la prima volta nel 1884 dal dermatologo tedesco Edmundo Lesser, si tratta di una chiazza di colore bianco pallido, nettamente demarcata, a margini indentati e dall’aspetto irregolare, rotonda, ovale o, più di rado, lineare. Pur essendo presente sin dalla nascita, il nevo ipocromico spesso si osserva nel corso del primo anno di vita o più tardi quando la cute tutt’intorno è colorata dal sole. La sede elettiva è il tronco ma può interessare anche le estremità, il collo e il viso. In tutti i casi, la chiazza non si espande, ovvero rimane stabile in dimensioni e forma: segue solo la crescita del bambino.

Dal punto di vista patogenetico il numero dei melanociti è identico a quello della cute normale vi è solo una ridotta capacità degli stessi a produrre melanina e/o a trasferire i melanosomi [granuli contenenti melanina] ai cheratinociti vicini.

Il nevo ipocromico va differenziato dalla macula ipocromica della sclerosi tuberosa [è solitamente multipla], dalla vitiligine [insorge più tardi e il colore è bianco vivo], dal precursore dell’emangioma infantile [ben presto nel suo interno compaiono strie teleangectasiche] e, soprattutto, dal nevo anemico [lo sfregamento non fa arrossare la cute del nevo: si arrossa solo la cute circostante].

Il nevo ipocromico è permanente e non esiste una terapia efficace per ripigmentarlo. La fotoprotezione del nevo, anche se le ustioni solari sono eccezionali, nei primi anni di vita è molto importante. In seguito il bambino deve sperimentare l’effetto dei raggi solari, in quanto il nevo può abbronzarsi e, di conseguenza, diventare meno evidente.